
Prima pagina
Relazione
Indice
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Glossario
Allegati
Indice
Normativa
generale
Analisi campi di vento
stazioni a 10 m
Mappa stazioni metereologiche
servizio tecnico
EDEM
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CAPITOLO 2 ELEMENTI DI SINTESI SULL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO2.1 FONTI DI EMISSIONE DI INQUINANTI NELL’ARIA: STIME ANPAAlla data di approvazione del presente Piano, il Veneto non dispone di un inventario delle emissioni a livello regionale secondo quanto previsto dall’allegato 2 del DM 261/2002. Tale importante strumento è comunque in avanzato stato di progettazione da parte di ARPAV, titolare della competenza ai sensi della L.R. 11/2001 (art. 81). La sua realizzazione dovrà essere comunque completata entro il 31.12.2006. Mancando tale fonte informativa si è proceduto a delineare un quadro delle principali fonti di emissione nel territorio regionale avvalendosi delle stime prodotte periodicamente da APAT e rese disponibili nel sito http://www.sinanet.apat.it/. La stima delle emissioni in aria di gas inquinanti, gas serra, composti organici persistenti e metalli pesanti si basa su una metodologia consolidata, rispetto alla quale la ricerca continua ad affinare strumenti e metodi. Il progetto CORINAIR (COoRdination-INformation-AIR), promosso e coordinato dalla Comunità Europea nell’ambito del programma sperimentale CORINE (COoRdinated Information on the Environment in the European Community), ne è l’asse portante dal 1985, anno in cui è stato realizzato il primo inventario italiano armonizzato a livello europeo. Il principale obiettivo della prima fase delle attività di tale progetto, al quale hanno partecipato tutti i Paesi membri della Comunità, è stato la realizzazione di un inventario prototipo delle emissioni di Ossidi di Zolfo (SOX), Ossidi di Azoto (NOX) e Composti Organici Volatili (COV) riferito all’anno 1985, da utilizzare come base scientifica per la scelta delle politiche ambientali in materia di inquinamento atmosferico. L'inventario del ‘90 ha opportunamente rivisto la metodologia applicata nel 1985, estendendo il numero di inquinanti considerati e cioè SO2, CO, CO2, NH3, N2O, NOX, CH4, composti organici volatili non metanici (COVNM), ampliando il numero di attività censite ed armonizzando ulteriormente i metodi di stima delle emissioni in Europa. La classificazione delle fonti di emissione, adottata nell’ambito del progetto è definita in termini di “Macrosettori”. Ciascuna delle 11 voci di questo livello è suddivisa in settori (in tutto 76) che sono a loro volta suddivisi in attività (in tutto 375). Gli 11 Macrosettori CORINAIR sono: 1. Centrali Elettriche Pubbliche, Cogenerazione e Teleriscaldamento 2. Combustione Terziario ed Agricoltura 3. Combustione nell’industria 4. Processi produttivi 5. Estrazione e distribuzione di combustibili fossili 6. Uso di solventi 7. Trasporto su strada 8. Altre fonti mobili 9. Trattamento e smaltimento rifiuti 10. Agricoltura e silvicoltura e cambiamento del suolo 11. Natura La suddivisione territoriale utilizzata nel progetto CORINAIR considera quattro livelli di unità territoriali e individua, per l’Italia, le entità geografico-amministrative corrispondenti:
Il progetto CORINAIR, nelle versioni ‘90 e ‘95, realizza l’inventario delle emissioni per le unità territoriali di livello 3. La disaggregazione a livello provinciale per la versione ‘95 è tuttora in corso di realizzazione da parte dell’ANPA. Di seguito di presentano le stime ANPA regionali di CH4, CO, CO2, COVNM, N2O, NH3, NOX e SO2 relative agli anni 1985 e 1990 (1999 solo per CO2, NOX e SO2), consultabili nel sito web www.sinanet.anpa.it. Non è invece disponibile una stima a livello regionale delle polveri PM. In linea generale si osserva che, a partire dalla metà degli anni ’80, le emissioni di biossido di zolfo sono state fortemente ridotte, grazie all’introduzione negli usi civili ed industriali di combustibili a basso tenore di zolfo e del gas naturale, praticamente privo di zolfo. Questo, insieme ad altre misure di intervento sui processi (miglioramento dell’efficienza, processi meno inquinanti) e/o sulle emissioni (abbattimento degli inquinanti ai camini) ha portato, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, ad un generalizzato contenimento delle emissioni da fonti fisse di altri inquinanti, tra cui gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio, i composti organici. Relativamente alle emissioni dal settore trasporti, l’aumento del numero di veicoli e dei chilometri percorsi ha controbilanciato l’effetto positivo dovuto alla diffusione di veicoli meno inquinanti; questo, oltre ad aumentare le situazioni di congestione con i connessi disagi, ha fatto permanere i problemi legati alle emissioni di inquinanti caratteristici del traffico. 2.1.1 Emissioni di metano (CH4)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di CH4 siano rappresentati da (anno 1985 e anno 1990):
Tabella 3: emissioni CH4, stima ANPA 1985, 1990
La stima riferita al 1990 mostra un lieve decremento delle emissioni di agricoltura e natura, ed un incremento per i macrosettori trattamento/smaltimento dei rifiuti ed estrazione/distribuzione combustibili fossili. 2.1.2 Emissioni di monossido di carbonio (CO)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di CO siano rappresentati da (anno 1985 e anno 1990):
Tabella 4: emissioni CO, stima ANPA 1985, 1990
La stima riferita al 1990 mostra una sostanziale stazionarietà delle emissioni prodotte dai trasporti e dal trattamento/smaltimento dei rifiuti, ed una variazione di segno opposto per i processi produttivi (in aumento) e delle altre sorgenti mobili (in diminuzione). 2.1.3 Emissioni di anidride carbonica (CO2)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di CO2 siano rappresentati da (anno 1985, anno 1990, anno 1999):
Tabella 5: emissioni CO2, stima ANPA 1985, 1990
La stima riferita al 1999 mostra un incremento sostenuto delle emissioni prodotte dalle centrali termoelettriche, di cogenerazione e teleriscaldamento, una sensibile diminuzione nel macrosettore della combustione nell’industria (sommata al contributo derivante dai processi produttivi) e nel macrosettore della combustione nel terziario e nell’agricoltura, mentre i trasporti stradali mostrano un andamento crescente (dal 1985 al 1999). 2.1.4 Emissioni di composti organici volatili non metanici (COVNM)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di COVNM siano rappresentati da (anno 1985, anno 1990):
Tabella 6: emissioni COVNM, stima ANPA 1985, 1990
La stima riferita al 1990 mostra un leggero incremento delle emissioni prodotte dal traffico veicolare, dall’ uso di solventi ed dall’estrazione, distribuzione combustibili fossili ed un leggero decremento per quanto concerne il macrosettore agricoltura. 2.1.5 Emissioni di protossido di azoto (N2O)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di N2O siano rappresentati da (anno 1985, anno 1990):
La stima riferita al 1990 mostra una lieve riduzione delle emissioni dei macrosettori agricoltura, natura; di segno opposto la variazione della % attribuita a centrali termoelettriche, cogenerazione e teleriscaldamento. Tabella 7: emissioni N2O, stima ANPA 1985, 1990
2.1.6 Emissioni di ammoniaca (NH3)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di NH3 siano rappresentati da (anno 1985, anno 1990):
Tabella 8: emissioni NH3 stima ANPA 1985, 1990
La stima riferita al 1990 mostra un lieve incremento delle emissioni derivanti dal macrosettore agricoltura; di segno opposto la variazione della % attribuita ai processi produttivi. 2.1.7 Emissioni di ossidi di azoto (NOX)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di NOX siano rappresentati da (anno 1985, anno 1990, anno 1999):
Tabella 9: emissioni NOX stima ANPA 1985, 1990, 1999
* dato risultante dalla somma delle emissioni nel domestico-terziario e incenerimento rifiuti agricoli all'aperto La stima riferita al 1999 mostra un sensibile incremento delle emissioni derivanti dai macrosettori trasporti stradali e altre sorgenti mobili; di segno opposto la variazione della % attribuita alle centrali termoelettriche, cogenerazione e teleriscaldamento ed alla combustione nell’industria. 2.1.8 Emissioni di biossido di zolfo (SO2)L’analisi dei dati ANPA mostra come, a livello regionale, i macrosettori di maggiore rilevanza per le emissioni di SO2 siano rappresentati da (anno 1985, anno 1990, anno 1999):
Tabella 10: emissioni SO2 stima ANPA 1985, 1990, 1999
La stima riferita al 1999 mostra un sensibile incremento delle emissioni derivanti dal macrosettore centrali termoelettriche, cogenerazione e teleriscaldamento, ed un decremento per tutti i rimanenti macrosettori. 2.1.8.1 Emissioni a livello nazionale di Polveri fini (PM10)Nell’ambito della realizzazione dell’inventario nazionale delle emissioni in atmosfera, oltre agli inquinanti e alle sostanze che contribuiscono ai processi di acidificazione, di eutrofizzazione e di formazione di ozono troposferico come gli ossidi di zolfo (SOX), gli ossidi di azoto (NOX), i composti organici volatili non metanici (COVNM), l’ammoniaca (NH3), e ai cambiamenti climatici come l’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e i gas fluorurati, sono state stimate da APAT le emissioni di particolato di dimensione inferiore a 10 μm (PM10), seguendo la metodologia CORINAIR (rif. Emissioni di PM10 in Italia dal 1990 al 2000. Nota Tecnica Febbraio 2003, R. De Lauretis, M. Ilacqua, D. Romano). Nel grafico successivo è riportata la distribuzione percentuale per settore sul totale delle emissioni di polveri fini PM10 in Italia, rispettivamente per gli anni 1990 e 2000. Si può osservare come nel 2000 le emissioni dovute ai trasporti sono pari al 41%, il settore industriale pesa per il 25% sul totale, mentre gli altri settori pesano ciascuno circa 11-12 % del totale. Figura 6bis: Distribuzione percentuale delle emissioni di PM10 in Italia per settore negli anni 1990 e 2000 In confronto al 1990 il peso percentuale è rimasto invariato per i settori Industria e Agricoltura e Foreste, mentre è stato riscontrato un notevole incremento sia per il settore Residenziale e terziario che per quello dei Trasporti, a fronte di una considerevole riduzione del settore relativo alla Produzione di energia. Per quanto riguarda l’attribuzione delle emissioni all’interno diversi settori, è necessario specificare che, considerando la classificazione SNAP97, nel settore Energia sono incluse le emissioni derivanti dalla combustione per la produzione di energia elettrica e le emissioni dell’industria di trasformazione. La riduzione del 65%, in questo settore, dei livelli di emissione del 2000 rispetto al 1990 è dovuta per la quasi totalità ad una diminuzione delle emissioni di PM10 dalle centrali elettriche ed, in minore percentuale, dalle raffinerie, in applicazione del rispetto dei limiti di emissione al camino di PM dai grandi impianti di produzione energetica sia attraverso l’utilizzo di combustibili migliori che l’installazione di tecnologie di abbattimento delle emissioni. Le emissioni sotto la voce industria racchiudono, invece, le quote originate dai processi di combustione, dai processi produttivi, dall’estrazione/distribuzione combustibili fossili e dall’uso di solventi. Tra questi un peso preponderante, sul totale di settore, si osserva per la combustione industriale e per i processi produttivi, con una diminuzione relativa dal 1990 al 2000 per la combustione industriale ed una crescita di importanza, in termini emissivi, dei processi produttivi. Anche in questo settore le emissioni si sono ridotte negli anni novanta in conseguenza dell’applicazione ai grossi impianti di combustione della normativa precedentemente citata. Il settore terziario e residenziale, che include il riscaldamento nel terziario, residenziale e agricoltura, presenta come già accennato, dal 1990 al 2000, un incremento delle emissioni di oltre il 40%, dovuto essenzialmente al settore residenziale le cui emissioni aumentano notevolmente in conseguenza sia di un generale incremento dei consumi energetici. Si deve sottolineare che il Bilancio Energetico Nazionale pubblicato dal Ministero delle Attività Produttive, che è la fonte ufficiale di riferimento per tali consumi, riporta solo i dati di biomassa commercializzate escludendo una parte rilevante dei consumi di biomassa che alcuni studi hanno valutato pari a tre volte i dati ufficiali. D’altra parte i fattori di emissione della combustione di biomassa nelle stufe e nei camini domestici sono affetti da una elevata incertezza. Nel settore agricoltura e foreste sono incluse le emissioni da incendi delle foreste, la combustione dei residui e rifiuti agricoli, l’incenerimento dei rifiuti solidi urbani e le emissioni derivanti dall’allevamento di suini e avicoli. La variabilità della serie di dati è sostanzialmente dovuta alle emissioni dagli incendi forestali. 2.1.9 Emissioni inquinanti nei centri urbani della Regione VenetoLa qualità dell’aria nei centri urbani rappresenta uno dei temi di maggiore criticità ambientale, la cui causa va ricercata nelle emissioni prodotte dal traffico, dai riscaldamenti domestici e dalle attività produttive. Attualmente, in corrispondenza delle aree urbane, i trasporti costituiscono, su base annua, la principale fonte di emissione di inquinanti come ossidi di azoto, composti organici volatili tra cui benzene, monossido di carbonio, polveri PM, in particolare PM10, e CO2. Questo, unitamente al fatto che i veicoli emettono praticamente al livello del suolo, li rende le fonti di impatto più importanti a scala locale. Peculiare è la situazione in Val Padana, dove le condizioni meteorologiche sono spesso favorevoli alla stagnazione dell’aria: vengono così favoriti i processi di accumulo degli inquinanti nonché le reazioni chimiche che portano alla formazione di inquinanti secondari come l’ozono e la componente secondaria del PM10. A conferma di quanto esposto sopra, si riportano le stime delle emissioni in atmosfera, per gli inquinanti primari CO, NOX, SO2 e NMVOC (Composti Organici Volatili Non Metanici), nelle città con popolazione superiore ai 50.000 abitanti (Padova, Rovigo, Treviso, Chioggia, Venezia, Verona e Vicenza), realizzate a partire dai dati provinciali CORINAIR 1990 e da 46 indicatori statistici (ISTAT censimento 1991), secondo quanto indicato nelle linee guida della metodologia top-down della European Topic Centre on Air Emission (ETC/AE) dell'EEA. Le stime non prendono in considerazione i grandi impianti di combustione (> 50 MW; MW = milioni di watt), in pratica i grandi impianti industriali e le centrali termoelettriche. L’elaborazione dei dati relativi ai sette Comuni del Veneto interessati dalla stima, dà un’utile indicazione circa il peso talvolta assai rilevante dell’inquinamento prodotto dal traffico veicolare nelle aree urbane (v. Tabella 11). Tabella 11: inquinanti emessi in atmosfera nelle sette città del Veneto con popolazione maggiore di 50.000 abitanti (stima CORINAIR, 1990)
Per quanto concerne i veicoli a motore, due sono le principali tipologie di emissioni in atmosfera: quelle generate dalla combustione e quelle prodotte dall’evaporazione del carburante, soprattutto dai veicoli con motore a benzina. Le emissioni evaporative, che per le città considerate rappresentano una quota pari al 36% delle emissioni di NMVOC emesse da traffico (circa 4565 tonnellate/anno), sono dovute quasi esclusivamente alle benzine (con e senza piombo). Esse si manifestano prevalentemente nel periodo estivo e sono una causa importante della formazione dello smog fotochimico, che si manifesta con valori di concentrazione in aria molto elevati, soprattutto nelle ore centrali della giornata. I composti organici volatili, in gran parte idrocarburi, sono emessi nell’atmosfera per evaporazione del carburante dai serbatoi degli autoveicoli (ma anche dei ciclomotori e motoveicoli), ovvero nel corso delle consegne alle stazioni di servizio e durante il rifornimento dei veicoli a motore. Emissioni evaporative si verificano anche durante l’esercizio, ad esempio, dal carburatore. 2.1.10 Il Parco Veicolare Circolante nella Regione VenetoL’entità e la consistenza del parco veicolare circolante sul territorio regionale e la sua evoluzione negli anni rappresenta un dato fondamentale per la valutazione dell’inquinamento atmosferico generato dal trasporto stradale. I dati elaborati sono stati forniti dall’ACI (Automobile Club d’Italia) e dall’ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori), quest’ultima relativamente ai soli ciclomotori, e riassumono la variazione del parco nel triennio 1998-1999-2000. 2.1.10.1 Il Parco Veicolare Circolante suddiviso per categoria veicolareDi seguito si analizza (Tabella 12) il parco veicolare circolante regionale negli anni 1998-1999-2000 con la suddivisione in categorie veicolari, si confronta la composizione percentuale del parco regionale e nazionale nell’anno 2000, successivamente si analizza il parco circolante provinciale e la variazione percentuale negli anni 1998-1999-2000, infine per ogni categoria veicolare si rappresenta l’andamento del parco provinciale nel triennio considerato. Tabella 12: veicoli circolanti nella Regione Veneto negli anni 1998-1999-2000 suddivisi per categoria veicolare (fonte ACI-ANCMA elaborazione ARPAV-ORAR)
La Tabella 13 pone a confronto la composizione percentuale del parco veicolare circolante regionale e nazionale (dato ACI 2000). Tabella 13: composizione percentuale del parco veicolare circolante nel 2000 in Veneto e in Italia (fonte ACI-ANCMA elaborazione ARPAV-ORAR)
L'analisi del parco circolante provinciale negli anni 1998-2000 evidenzia una maggiore presenza di veicoli in provincia di Padova (pari al 20% del totale regionale), a seguire Verona e Vicenza (pari rispettivamente al 19% del totale regionale), Treviso (17% del totale regionale), Venezia (16% del totale regionale), infine le province di Rovigo e Belluno (rispettivamente il 5% e il 4% del totale regionale). La successiva Tabella 14 riporta i valori assoluti della composizione del parco veicolare della regione Veneto, suddiviso per provincia, e la variazione percentuale nel triennio considerato. Tabella 14: veicoli circolanti nelle province della Regione Veneto negli anni 1998-1999-2000 (fonte ACI-ANCMA elaborazione ARPAV-ORAR)
Complessivamente nel triennio 1998-2000 si è verificato un incremento del 4% nel parco veicolare circolante nelle province di Padova e Rovigo; del 3% nel parco delle province di Treviso, Verona e Vicenza; dell’1% nel parco della provincia di Venezia; infine nella provincia di Belluno il parco si è ridotto dell’1%. Nello stesso periodo l’incremento del parco veicolare nazionale è stato del 6% (calcolato sul totale delle categorie veicolari). La Figura 7 scomposta in più immagini seguenti rappresenta l’andamento del parco circolante provinciale per categoria veicolare (autovetture, commerciali leggere, commerciali pesanti, bus urbani e interurbani, ciclomotori e moto) , negli anni 1998-2000. Figura 7: andamento del parco circolante provinciale per categoria veicolare negli anni 1998-1999-2000 (fonte ACI-ANCMA elaborazione ARPAV-ORAR)
L’andamento del parco circolante provinciale negli anni 1998-2000 mostra quanto segue:
Il dato fino a qui presentato sotto forma di parco provinciale è stato successivamente aggregato a livello regionale. La Tabella 15 pone a confronto la variazione del parco circolante regionale e nazionale, distinto per categoria veicolare, espresso come variazione percentuale tra gli anni 1998-1999, 1999-2000, 1998-2000. Tabella 15: variazione percentuale del parco circolante regionale e nazionale per categoria veicolare negli anni 1998-1999-2000 (fonte ACI-ANCMA elaborazione ARPAV-ORAR)
2.1.10.2 Il Parco Veicolare Circolante suddiviso per anno di immatricolazioneIl parco veicolare circolante è stato successivamente analizzato in funzione dell’anno di immatricolazione dei veicoli, al fine di definire lo stato di anzianità dei mezzi (ricavato dalla data di prima immatricolazione) e stabilire l’ammontare dei mezzi conformi ai regolamenti legislativi europei di riduzione delle emissioni (i cosiddetti veicoli “Euro”). Si definiscono “conventional” (“convenzionali” o “non catalizzati”) e “non conventional” (“non convenzionali” o “catalizzati”) le tipologie di veicoli che rispondono ai seguenti criteri:
La Tabella 16 riassume la suddivisione del parco veicolare regionale in convenzionali (non catalizzati) e catalizzati (Euro I-II), negli anni 1998-1999-2000. Si può notare una diminuzione della quota di veicoli convenzionali del 15% ed un aumento della quota di veicoli catalizzati del 45% . Tabella 16: parco circolante nella Regione Veneto negli anni 1998-1999-2000 suddiviso in convenzionali e catalizzati (fonte ACI-ANCMA elaborazione ARPAV-ORAR) | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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velocità vento (2 e 10m) |
radiazione solare a onde lunghe (globale e riflessa) |
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direzione vento da (2 e 10m) |
temperatura suolo (0, -10, -20, -30) |
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umidità relativa (0.5 e 2m) |
bagnatura foglie |
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temperatura aria (0.5 e 2 m) |
precipitazione |
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radiazione solare a onde corte (globale e riflessa) |
pressione atmosferica (presente in casi particolari) |
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evaporazione (presente solo in siti particolari) |
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velocità vento (2m) |
radiazione solare a onde corta (globale) |
|
direzione vento (2m) |
temperatura suolo (0, -10, -20, -30) |
|
temperatura aria (2m) |
bagnatura foglie
|
|
umidità relativa (2m) |
precipitazione |
Le stazioni meteorologiche, dislocate essenzialmente nella zona montana, in totale sono 82; presentano una dotazione strumentale variabile da un minimo di 2 sensori (temperatura e precipitazione) ad un massimo di 6 sensori (v. Tabella 36):
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velocità vento (2m) |
umidità relativa (2m) |
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direzione vento (2m) |
radiazione solare ad onde corte (globale) |
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temperatura aria (2m) |
precipitazione |
Le stazioni idrometriche, dislocate prevalentemente nella zona montana, sono 30, dotate di un sensore di livello che rileva l'altezza, rispetto al fondo del corso d'acqua, dei volumi liquidi che transitano nella sezione di riferimento.
Le 4 stazioni idrometeorologiche, ubicate in aree montane, sono dotate di 7 sensori, uno di livello e sei meteorologici.
Da ultimo 18 stazioni fungono da ripetitori radio garantendo le telecomunicazioni dei dati.
Il personale del Centro Meteorologico di Teolo provvede quotidianamente alle operazioni di acquisizione ed archiviazione dei dati monitorati dalle periferiche della rete nel corso del giorno precedente, verificandone l’integrità e la consistenza temporale ed analizzando i valori con l’ausilio di programmi che evidenziano: ripetitività dei dati, superamento di valori soglia e presenza di aberrazioni. Ulteriori controlli vengono operati confrontando anche graficamente la consistenza e l’evoluzione temporale dei fenomeni tra stazioni circostanti o tra diversi parametri meteorologici correlati.
Sempre a cura del personale del Centro Meteorologico di Teolo sono periodicamente eseguiti presso la stazione meteorologica gli interventi di manutenzione atti a garantire il corretto funzionamento dei sensori, la loro sostituzione in caso di guasto, o il loro controllo in caso di dubbio funzionamento.
Tabella 36: dotazione sensoristica delle stazioni meteorologiche standard
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Grandezza |
Tipo di sensore |
Caratteristiche |
Registrazione |
|
|
|
Temperatura
°C |
Termistore lineare |
Campo di misura
-30 + 50 °C
Risoluzione
0,1 °C |
Intervallo di acquisizione
15 minuti
Tipo di elaborazione
Dato istantaneo |
|
|
Umidità relativa
% |
Capacitivo |
Campo di misura
0 - 100 %
Risoluzione
1% |
Intervallo di acquisizione
15 minuti
Tipo di elaborazione
Dato istantaneo |
|
|
Pioggia
mm
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A doppia vaschetta oscillante con contatto magnetico |
Campo di misura
Illimitato
Risoluzione
0,2 mm |
Intervallo di acquisizione
5 minuti
Tipo di elaborazione
Dato cumulato |
|
|
Direzione vento
Gradi Nord |
Banderuola con encoder ottico |
Campo di misura
0 - 360 gradi
Risoluzione
3 gradi |
Intervallo di acquisizione
10 minuti
Tipo di elaborazione
Dato mediato nei 10 minuti |
|
|
Velocità vento
m/s
|
Mulinello a 3 coppe |
Campo di misura
50 m/sec
Risoluzione
0.1 m/sec |
Intervallo di acquisizione
10 minuti
Tipo di elaborazione
Dato mediato nei 10 minuti |
|
|
Radiazione globale
W/m2
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Termopila
|
Campo di misura
0,3 - 3 mm
Risoluzione
1 W/m2
|
Intervallo di acquisizione
15 minuti
Tipo di elaborazione
Dato mediato nei 15 minuti
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|
|
Pressione
hPa
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Capsule aneroidi |
Campo di misura
850 - 1050 hPa
Risoluzione
0,1 hPa |
Intervallo di acquisizione
30 minuti
Tipo di elaborazione
Dato istantaneo |
Il clima del Veneto, pur rientrando nella tipologia mediterranea, presenta proprie peculiarità, dovute principalmente al fatto di trovarsi in una posizione, dal punto di vista del clima, di transizione e quindi subire varie influenze: l’azione mitigatrice delle acque mediterranee, l’effetto orografico della catena alpina e la continentalità dell’area centro-europea. In ogni caso mancano alcune delle caratteristiche tipicamente mediterranee quali l’inverno mite (in montagna, ma anche nell’entroterra, prevalgono effetti continentali) e la siccità estiva a causa dei frequenti temporali di tipo termoconvettivo.
Si distinguono: a) le peculiari caratteristiche termiche e pluviometriche della regione alpina con clima montano di tipo centro-europeo; b) il carattere continentale della Pianura Veneta, con inverni rigidi. In quest’ultima regione climatica si differenziano due sub-regioni a clima più mite: quella lacustre nei pressi del Lago di Garda, più limitata, e quella litoranea della fascia costiera adriatica
Il Veneto è incluso in quella fascia di latitudine in cui dominano gli effetti dell'Anticiclone delle Azzorre: l’area di alta pressione al centro dell'oceano Atlantico, quasi alla stessa latitudine del bacino Mediterraneo, determinata dalla presenza di acque oceaniche più fredde, contornate dalle correnti calde, quali la Corrente del Golfo e la Corrente Equatoriale del Nord.
D'estate, quando l'Anticiclone si estende, la regione entra nella zona delle alte pressioni. La prima conseguenza è che vengono a cessare i venti dominanti e a stabilirsi venti locali, quali le brezze. La seconda riguarda il regime delle precipitazioni, che possono essere solo di origine termoconvettiva (a carattere temporalesco) tipicamente nelle ore centrali della giornata, quando il contenuto di vapore è in quantità sufficiente a raggiungere la saturazione durante la risalita convettiva delle bolle d'aria riscaldate a contatto col suolo caldo. Nella fascia costiera la temperatura inferiore del mare nelle ore centrali della giornata tende a stabilizzare le masse d’aria e ad impedire lo sviluppo di celle temporalesche. Al contrario, nella fascia più continentale, particolarmente umida per la ricchezza d’acqua e di vegetazione le masse d’aria vengono sia abbondantemente umidificate dal basso sia sufficientemente riscaldate dal suolo per dal luogo a precipitazioni termoconvettive.
D'inverno, l'anticiclone delle Azzorre riduce la propria zona d'influenza e la distribuzione del campo barico porta masse d'aria marittima polare con i venti occidentali che talvolta trasportano perturbazioni Atlantiche; o venti settentrionali con masse d'aria di origine artica, che perdendo generalmente l’umidità come precipitazioni sul versante settentrionale della catena alpina, determinano gli episodi di föhn, vento caldo e secco che incanalandosi nelle valli arriva a velocità elevate e porta bruschi aumenti della temperatura; talvolta sfociano con violenza anche masse d'aria polare continentale, fredda e secca che portano agli episodi di ‘bora chiara’. Tuttavia, il promontorio di alta pressione che si stabilisce sull'Europa, congiungendo l'Anticiclone delle Azzorre con l'Anticiclone continentale Russo - Siberiano (che si forma nell'inverno per il raffreddamento delle grandi superfici continentali) costituisce un blocco alle perturbazioni che scendono da nord, e provoca la mancanza di precipitazioni nel cuore dell'inverno.
Nelle stagioni intermedie, quando l'Anticiclone delle Azzorre non si è ancora ben sviluppato o sta regredendo e manca l'anticiclone Russo - Siberiano, le perturbazioni atlantiche non trovano alcun impedimento ad invadere la regione portando piogge abbondanti, particolarmente nel periodo autunnale.
Il clima della regione alpina, di tipo continentale con forti escursioni diurne e piogge piuttosto abbondanti, è condizionato dall’altitudine e dall’esposizione, che variano fortemente da luogo a luogo.
La temperatura non è governata solo dalla normale diminuzione con la quota. Infatti a questa si associa anche il fenomeno dell’inversione termica, per cui l’aria più fredda e quindi più pesante tende a raccogliersi a fondovalle, specialmente durante l’inverno.
L’aria più rarefatta e trasparente determina una intensa radiazione globale che nel periodo estivo è causa di una maggiore nuvolosità rispetto alla pianura, per lo sviluppo di cumuli di origine termoconvettiva che spesso portano precipitazioni sotto forma di locali rovesci. L’inverno è caratterizzato da maggiore serenità.
La neve che permane a lungo a quote più elevate prolunga il periodo invernale.
La particolarità di quest’area è determinata dalla vicinanza al mare, la cui influenza e i cui venti umidi e le brezze penetrano abbastanza nell’interno del territorio. L’azione mitigatrice delle acque è comunque limitata, da una parte in quanto si è in presenza di un mare interno, stretto e poco profondo, dall’altra per la loro posizione, in grado di mitigare solo le masse d’aria provenienti dai settori sud-orientale e orientale. Così le temperature invernali, pur mitigate, risultano comunque basse, in particolare per le incursioni della bora, fredda e asciutta da NE.
L’alternanza delle brezze nella fascia litoranea è tipica del periodo caldo in situazioni prevalentemente anticicloniche, quando l’assenza di correnti di circolazione generale, attiva le circolazioni locali dovute alle discontinuità termiche fra mare e terra. Durante il giorno si sviluppa la brezza di mare che raggiunge la massima intensità nelle ore pomeridiane e soffia generalmente da SE. La brezza notturna, che generalmente soffia da NE, non è perpendicolare alla costa come normalmente accade, ma ad essa parallela, poiché l'interazione avviene a scala più ampia fra la catena alpina e il Mare Adriatico.
Prevale in quest’area un notevole grado di continentalità con inverni rigidi ed estati calde. Ma il dato più caratteristico è l’elevata umidità, specialmente sui terreni irrigui, che rende afosa l’estate e dà origine a nebbie frequenti e fitte durante l’inverno. Le precipitazioni sono distribuite abbastanza uniformemente durante l’anno, ad eccezione dell’inverno che risulta la stagione più secca: nelle stagioni intermedie prevalgono le perturbazioni atlantiche, mentre in estate vi sono temporali assai frequenti e spesso grandinigeni. Prevale in inverno una situazione di inversione termica, accentuata dalla ventosità limitata, con accumulo di aria fredda in prossimità del suolo. Sono allora favoriti l’accumulo dell’umidità che dà luogo alle nebbie e la concentrazione degli inquinanti rilasciati al suolo che arrivano di frequente a valori elevati nelle aree urbane.
La precipitazione media annua (Figura 40), considerando i dati del periodo 1961-90 (fonti: Ufficio Idrografico di Venezia, Aeronautica Militare ed al.), varia da poco meno di 700 mm riscontrabili nella parte più meridionale della Regione Veneto (provincia di Rovigo) fino ad oltre 2.000 nella zona di Recoaro nelle Prealpi Vicentine.
L’andamento delle precipitazioni medie annuali si può ritenere crescente da Sud a Nord, almeno fino al primo ostacolo orografico costituito dalla fascia prealpina; nella pianura, infatti, via via che ci si sposta verso Nord si passa dai circa 700 mm medi annui riscontrabili a Rovigo fino ai 1.200 di Bassano del Grappa o ai quasi 1.300 di Conegliano. La variazione è di circa 500-600 mm annui in circa 80-90 km di distanza lineare fra stazioni considerabili ancora di pianura.
Alla relativa uniformità della pianura, si contrappone una notevole variabilità riscontrabile nella fascia pedemontana e montana. Notevole, come si è detto, è l’effetto imputabile ai rilievi prealpini: fra le stazioni di Isola Vicentina e Recoaro, ad esempio, distanti meno di 20 km l’una dall’altra e con un dislivello di meno di 400 m, si passa da una piovosità media annua di meno di 1.300 ad una di circa 2.000 mm. Analogamente, fra Bassano e Monte Grappa distanti fra loro circa 15 km, si passa da poco meno di 1.200 ad oltre 1.800 mm annui. Il dislivello, in questo caso, è però di circa 1.500 m.
La zona mediamente più piovosa, pertanto, risulta compresa nella fascia che va dai Monti Lessini, dai Massicci del Carega e dal Pasubio, passando attraverso le pendici meridionali dell’Altopiano di Asiago e Monte Grappa per giungere alla fine tra il Cansiglio e l’Alpago, ai confini fra le province di Treviso e Belluno; in questa fascia, appunto, mediamente vengono raggiunti i 1.500 mm annui, con punte, come si è detto, anche più elevate.
Superata la prima linea displuviale e proseguendo quindi in direzione Nord-Nord-Ovest, si assiste ad una generale diminuzione dell’ammontare annuo di precipitazione, connesso anche ad una diminuzione del livello altimetrico delle stazioni: per quanto riguarda il bacino dell’alto Brenta, ad esempio, se a Tonezza del Cimone si superano i 1.600 mm, ad Asiago si raggiungono quasi i 1.500, a Pedavena e a Cismon del Grappa si resta intorno ai 1.400, già ad Arsiè ci si avvicina ai 1.300 mm.
Figura 40: distribuzione delle precipitazioni medie annue per i periodi 1961-1990 e 1991-2000


La tendenza ad una relativa diminuzione della piovosità media annua spostandosi verso Nord, continua a manifestarsi anche nel bellunese e quindi nelle stazioni afferenti al bacino del Piave: si passa dai 1.200 - 1.300 mm di Agordo, Cencenighe e Forno di Zoldo, ai 1.000 circa riscontrabili ad Andraz e a Cortina d’Ampezzo.
La precipitazione media annua considerando i dati del periodo 1991-2000 (fonte: ARPAV Centro Meteorologico di Teolo), conferma i tratti fondamentali della distribuzione delle piogge nel territorio così come evidenziata dall’analisi storica. Le differenze più evidenti fra le due distribuzioni sono dovute all’utilizzo di diverse stazioni di misura: appare quindi una mancanza di dati significativi sul territorio compreso fra l’Altipiano di Asiago e Feltre, mentre è migliorata la descrizione del settore dolomitico settentrionale dove si osserva un aumento delle precipitazioni procedendo verso nord.
Per quanto riguarda la precipitazione media stagionale, come già osservato, il regime pluviometrico viene definito da due principali fattori: la penetrazione delle perturbazioni atlantiche in primavera e in autunno e i temporali estivi di origine termoconvettiva. Più rare sono le precipitazioni invernali associate ai venti sciroccali o all'incontro tra masse d'aria fredda polare o artica e l'aria più calda e umida stagnante localmente sul Mediterraneo.
Dal confronto fra i dati degli ultimi anni e i dati storici appare come gli ultimi inverni siano stati decisamente meno piovosi con gran parte della regione al di sotto dei 150 mm in tre mesi.
Il numero di giorni piovosi annui (Figura 41) assume un andamento sul territorio simile a quello delle precipitazioni ossia crescente verso nord fino alla barriera prealpina, con valori compresi tra i 70-80 giorni nella pianura meridionale, tra gli 80 e i 100 giorni nella fascia della pianura centrale fino alla pedemontana e generalmente superiori ai 100 giorni nelle zone montane.
Figura 41: distribuzione dei giorni piovosi medi annui per i periodi 1961-1990 e 1991-2000


Dalla distribuzione dei valori di temperatura su base stagionale si evince che, per quanto riguarda i valori massimi in estate (Figura 42), le temperature più elevate vengono misurate nelle pianure veronese e vicentina, nella bassa padovana e nel Polesine occidentale, con valori medi superiori a 28°C in estate. Queste sono zone prevalentemente continentali con debole circolazione. Valori leggermente inferiori si osservano lungo il litorale e nelle zone dell’entroterra che beneficiano della brezza di mare. Un altro settore più fresco è la fascia pedemontana, a nord della quale la temperatura diminuisce abbastanza regolarmente con la quota.
Figura 42: distribuzione della media delle temperature massime estive per i periodi 1961-1990 e 1991-2000


In autunno e in inverno (Figura 43) l’area a temperature massime più alte si sposta sulla fascia pedemontana dato che le zone meridionali e occidentali sono interessate dalle nebbie e subiscono quindi un riscaldamento inferiore. Nel semestre freddo si evidenzia anche la zona del Garda con valori leggermente più elevati delle aree circostanti.
Si osserva che le temperature massime invernali nel periodo 1995-99 risultano generalmente più elevate di quelle misurate nel trentennio 1961-90.
Figura 43: distribuzione della media delle temperature massime invernali per i periodi 1961-1990 e 1991-2000


In inverno (Figura 44) le temperature minime risultano più elevate nelle stazioni litoranee. Le più basse minime si osservano sui rilievi al di si sopra di una certa quota ed in pianura. A quote intermedie prevale l’effetto dell’inversione termica notturna per cui le aree collinari hanno temperature più elevate della pianura circostante. Ben visibili appaiono quindi le “isole” più calde dei Colli Euganei, dei Monti Berici, dei Lessini e delle colline del trevigiano.
Figura 44: distribuzione della media delle temperature minime invernali per i periodi 1961-1990 e 1991-2000


Abbondanti precipitazioni della fascia prealpina
La distribuzione delle precipitazioni nel territorio veneto è in gran parte determinato dalla particolare configurazione orografica che influenza il regime delle precipitazioni, anche per quanto riguarda la loro intensità.
Dal punto di vista meteorologico la situazione che da’ origine agli eventi di maggiore precipitazione è la presenza, a scala sinottica, di un fronte di origine atlantica che, ostacolato dall’arco alpino, rallenta nella sua parte settentrionale, mentre quella meridionale continua ad avanzare dando origine ad una ciclogenesi sul golfo Ligure. La regione in questi casi è di norma investita da correnti umide a componente meridionale o sud-orientale che, incontrando i rilievi montuosi, sono costrette a sollevarsi e nella maggior parte dei casi ad originare precipitazioni più intense nella zona pre-alpina, specie in quella vicentina dove il vento si incanala a causa della particolare disposizione delle vallate. In pianura le precipitazioni sono meno intense o addirittura assenti.
Nebbie e inversione termica durante l’inverno
La nebbia è un fenomeno tipico della pianura Padano-Veneta durante il semestre freddo da ottobre a marzo. Le cause del fenomeno sono da ricondurre alla particolare configurazione geografica, al grado di umidità dei bassi strati e alle tipiche configurazioni bariche su scala sinottica.
Le situazioni anticicloniche, tipiche del periodo invernale e caratterizzate in genere da cielo sereno e da debole circolazione, favoriscono un intenso irraggiamento notturno accompagnato dalla formazione di inversioni termiche con base al suolo sotto le quali tende a ristagnare ed accumularsi progressivamente il vapore acqueo ed eventuali sostanze inquinanti. L’abbondanza di acque superficiali, le condizioni di ristagno dell’aria e il raffreddamento notturno favoriscono il raggiungimento di condizioni di saturazione che portano alla formazione di goccioline aerodisperse nei bassi strati e alla conseguente diminuzione della visibilità e aumento della concentrazione di inquinanti. La notevole durata della notte nel periodo invernale favorisce la formazione della nebbia (visibilità inferiore a 1 km) che può estendersi fino a circa 200-300 m d’altezza. Tale strato viene eroso per l’evaporazione indotta dalla radiazione solare diurna e spesso la nebbia scompare nelle ore centrali della giornata. Non mancano tuttavia occasioni in cui la nebbia persiste per l’intera giornata, ed anzi la notevole persistenza è una delle peculiari caratteristiche dell’area Padano-Veneta.
Anche i fondovalle montani appaiono interessati dal fenomeno, che talvolta viene accentuato dall’inversione termica dovuta all’accumulo di aria più fredda e pesante al fondo delle vallate ma la persistenza per l’intera giornata è fenomeno alquanto raro.
Elevate temperature estive e afa
Le barriere naturali dell’arco alpino a nord e a ovest e della catena appenninica a sud difendono in generale la pianura dai venti della circolazione generale e nelle aree di pianura più continentali si registra una predominanza della calma di vento e dei venti deboli. Se nel periodo invernale la debolezza dei venti e il grado di umidità delle masse d’aria presenti nei bassi strati delle aree di pianura, favoriscono la formazione della nebbia e l’aumento della concentrazione di sostanze inquinanti nei bassi strati dell’atmosfera, nel periodo estivo favoriscono condizioni di afa (atmosfera calda e umida) e di conseguente disagio fisico. L’aumento delle temperature e dell’insolazione favoriscono inoltre la crescita di pericolosi inquinanti secondari quali l’ozono.
Attività temporalesca estiva, grandine e trombe d’aria
La pianura veneta è particolarmente umida e in grado di umidificare abbondantemente le masse d’aria che transitano in essa. Nel periodo estivo, inoltre, i bassi strati ricevono un notevole riscaldamento da parte del suolo surriscaldato, a sua volta, dalla radiazione solare, e diventano instabili dando spesso luogo a celle temporalesche. L’attività temporalesca più intensa viene osservata quando masse d’aria fredda irrompono da nord al di sopra delle Alpi e incontrando l’aria calda e umida della Pianura Padana accentuano l’instabilità dell’atmosfera, sviluppando celle temporalesche di notevole spessore e dando luogo a temporali accompagnati spesso da grandine.
Con i moti verticali connessi ai forti temporali e con l’azione di richiamo dell’aria dalla regione circostante la nube verso la base della nube stessa, possono prodursi fenomeni di tipo vorticoso come le trombe d’aria, che non sono da considerarsi rare nella nostra pianura. Queste ultime sono caratterizzate in generale da una azione ristretta, ma risultano di notevole interesse per la loro violenza.
L’analisi degli eventi pluviometrici intensi è stata eseguita elaborando i dati annui di precipitazione di massima intensità per le durate di 1 ora e 1 giorno, delle serie storiche dal 1956 al 1994. La legge utilizzata per rappresentare la distribuzione empirica delle frequenze delle piogge massime è quella del valore estremo di Gumbel, ricorrentemente impiegata nella regolarizzazione delle stesse. L’elaborazione statistico-probabilistica ha permesso di stimare le altezze massime di precipitazione per assegnati tempi di ritorno che, come noto, rappresentano il numero medio di anni entro cui il valore di pioggia calcolato, viene superato una sola volta. In conclusione è stato possibile redigere le carte regionali della piovosità per le durate ed i tempi di ritorno esaminati ovvero delle altezze di pioggia che, per le durate di 1 ora e 1 giorno, ci si attende non vengano superate, a meno di un rischio valutato attraverso il tempo di ritorno (10, 50 e 100 anni).
La distribuzione delle precipitazioni di massima intensità per la durata di un’ora (Figura 45) segue tendenzialmente quella delle precipitazioni medie annue, seppure con qualche eccezione soprattutto nella fascia sud-orientale della regione, tra le province di Padova e Venezia.
Le zone con elevate intensità orarie di precipitazione interessano principalmente le prealpi bellunesi e la pedemontana trevigiana, mentre in pianura risulta bene evidente un nucleo particolarmente intenso al confine meridionale tra le province di Padova e Venezia dove per i tempi di ritorno esaminati di 10, 50 e 100 anni si raggiungono rispettivamente i 65mm, 95 mm e 105 mm in 1 ora. In questa zona si concentrano pertanto eventi pluviometrici intensi di breve durata tipici delle stagioni primaverile ed estiva.
Procedendo verso nord, nella zona più interna dei rilievi alpini, le intensità diminuiscono fino a raggiungere i valori minimi nelle Dolomiti settentrionali.
Figura 45: distribuzione delle precipitazioni massime di durata orari con tempi di ritorno di 10 e 50 anni


La distribuzione delle massime intensità di precipitazione giornaliera (Figura 46) segue, a differenza delle durate inferiori, un andamento più fedele a quello delle precipitazioni medie annuali. Gli eventi intensi di durata almeno giornaliera sono in genere riconducibili a situazioni sinottiche caratterizzate dalla presenza di un minimo depressionario sul bacino del Mediterraneo e da corrispondenti flussi di aria umida meridionale o sud-occidentale che scontrandosi con i rilievi prealpini determinano spesso un effetto stau (condensazione del vapore acqueo contenuto in masse d’aria forzate alla risalita in presenza di rilievi). Tutta la fascia prealpina rimane dunque la più piovosa con alcune punte di intensità giornaliere particolarmente elevate nella zona dell’alto vicentino, del Feltrino e dell’Alpago, in provincia di Belluno. La parte centro-meridionale della pianura e le estreme propaggini settentrionali della regione rappresentano le zone meno piovose con valori massimi giornalieri inferiori di oltre 100 o 200 mm rispetto alla fascia prealpina.
Figura 46: distribuzione delle precipitazioni massime di durata giornaliera con tempi di ritorno di 10 e 50 anni


Il Centro Meteorologico di Teolo (CMT) gestisce numerose stazioni automatiche presenti in tutto il territorio regionale; di queste, 15 vengono classificate come stazioni meteorologiche e posseggono anemometri posizionati a 10 m metri sul piano di campagna (Figura 47). Nel seguito i dati di direzione e velocità del vento rilevati da questi strumenti sono utilizzati per la derivazione di parametri micrometeorologici secondari (in particolare: stabilità atmosferica) e per lo studio delle caratteristiche di ventilazione delle varie zone della regione.
Figura 47: stazioni con anemometro a 10m

Le classi di stabilità (Pasquill modificate) riportate nel seguito, sono state calcolate nell’ambito di uno studio condotto sui dati delle suddette stazioni per gli anni 1998-2000, in collaborazione tra il CMT e l’Osservatorio Aria dell’ARPAV (1), secondo la Tabella 37 (la nuvolosità notturna è stata stimata a partire dai dati delle stazioni sinottiche):
Tabella 37: metodologia di calcolo delle classi di stabilità atmosferica
|
Giorno
|
Notte
|
|||||||||
|
Radiazione solare W/m2
|
Tramonto
Alba
|
Nuvolosità ottavi
|
||||||||
|
>750
|
600<<750
|
450<<600
|
300<<450
|
150<<300
|
<150
|
0-3
|
4-7
|
8
|
||
|
0<<1
|
A
|
A
|
A
|
B
|
B
|
C
|
D
|
F
|
F
|
D
|
|
1<<2
|
A
|
A
|
B
|
B
|
B
|
C
|
D
|
F
|
F
|
D
|
|
2<<3
|
A
|
B
|
B
|
B
|
C
|
C
|
D
|
F
|
E
|
D
|
|
3<<4
|
B
|
B
|
B
|
B
|
C
|
C
|
D
|
E
|
D
|
D
|
|
4<<5
|
B
|
B
|
C
|
C
|
C
|
C
|
D
|
E
|
D
|
D
|
|
5<<6
|
C
|
C
|
C
|
D
|
D
|
D
|
D
|
D
|
D
|
D
|
|
>6
|
C
|
C
|
D
|
D
|
D
|
D
|
D
|
D
|
D
|
D
|
Tipicamente le classi stabili (E e F) favoriscono la formazione di inquinanti primari e sono collegate a scarsa ventilazione e a notti serene con forte inversione termica; le classi neutre (D) sono collegate ad situazioni ventose e/o con cielo coperto, favorevoli alla dispersione degli inquinanti; le classi instabili (A, B e C) sono causate da forte irraggiamento solare e scarsa ventilazione, sono situazioni di rimescolamento atmosferico, che però possono essere collegate a formazione di inquinanti secondari se accompagnati da scarsa ventilazione.
Tabella 38: metodologia di calcolo delle classi di stabilità atmosferica
|
NOME
STAZIONE
|
F
|
E
|
D
|
C
|
B
|
A
|
Num. dati
|
|
Castelfranco
|
40
|
1
|
18
|
13
|
18
|
10
|
25905
|
|
Roverchiara
|
38
|
2
|
18
|
14
|
18
|
10
|
26014
|
|
Malo
|
38
|
1
|
19
|
14
|
19
|
9
|
26190
|
|
Montagnana
|
37
|
2
|
19
|
14
|
18
|
10
|
25889
|
|
Portogruaro
|
37
|
1
|
19
|
13
|
19
|
9
|
26209
|
|
Conegliano
|
37
|
3
|
19
|
13
|
20
|
8
|
26158
|
|
Sorgà
|
36
|
4
|
20
|
14
|
17
|
9
|
26205
|
|
Gesia
|
35
|
2
|
21
|
15
|
18
|
8
|
23410
|
|
Valle Averto
|
35
|
4
|
21
|
16
|
19
|
5
|
23881
|
|
Pradon-P.Tolle
|
35
|
3
|
22
|
12
|
18
|
7
|
25271
|
|
Cà Oddo
|
34
|
4
|
21
|
16
|
17
|
8
|
23952
|
|
Lonigo
|
34
|
4
|
21
|
14
|
17
|
9
|
26233
|
|
Ponte Zata
|
33
|
4
|
20
|
17
|
17
|
8
|
23916
|
|
Bardolino
|
32
|
7
|
21
|
14
|
17
|
10
|
26197
|
|
Rosolina
|
32
|
5
|
23
|
17
|
18
|
5
|
26200
|
|
Teolo
|
30
|
7
|
23
|
16
|
18
|
7
|
26304
|
La Tabella 38 riporta i risultati dello studio citato, nell’ambito del quale sono state calcolate le classi di stabilità per ogni dato orario disponibile e per ogni stazione citata tra il 1998 e il 2000.
In Figura 48, Figura 49, Figura 50 si propone un’idea della distribuzione geografica delle classi di stabilità atmosferica, nei limiti del numero di dati e stazioni considerate.
Figura 48: distribuzione percentuale della classe stabile (F)

Figura 49: distribuzione della classe neutra (D)

Figura 50: distribuzione della classe instabile (A)

In Tabella 39 si riportano i dati riassuntivi sulla ventilazione media e sulla percentuale di calme per le varie stazioni. Le elaborazioni sono basate su dati orari estemporanei, mediati sugli ultimi 10’ dell’ora (vento medio e direzione prevalente su 10’), per gli anni 1998-2001.
Tabella 39: dati riassuntivi ventilazione media e calme di vento
|
NOME
STAZIONE
|
Calme (%)
|
Vento medio
|
0.5-1.5 m/s(%)
|
1.5-2.5 m/s(%)
|
2.5-3.5 m/s(%)
|
3.5-4.5 m/s(%)
|
4.5-5.5 m/s(%)
|
>5.5 m/s(%)
|
Num. dati
|
|
Castelfranco
|
9.6
|
1.35
|
51.7
|
28.1
|
7.3
|
2.3
|
0.6
|
0.3
|
34702
|
|
Roverchiara
|
9.2
|
1.60
|
41.3
|
32.1
|
11.2
|
4.4
|
1.2
|
0.6
|
34803
|
|
Malo
|
6.3
|
1.48
|
43.3
|
39.0
|
7.8
|
2.4
|
0.8
|
0.5
|
34642
|
|
Montagnana
|
8.5
|
1.52
|
46.0
|
29.2
|
10.5
|
4.1
|
1.1
|
0.6
|
34676
|
|
Portogruaro
|
6.6
|
1.59
|
42.7
|
35.1
|
9.4
|
3.9
|
1.4
|
0.8
|
34598
|
|
Conegliano
|
10.0
|
1.63
|
36.4
|
36.2
|
11.8
|
3.9
|
1.0
|
0.3
|
34508
|
|
Sorgà
|
6.1
|
1.89
|
36.3
|
32.9
|
13.0
|
6.4
|
2.7
|
2.6
|
34820
|
|
Gesia
|
6.7
|
1.90
|
37.5
|
31.7
|
12.6
|
6.1
|
2.4
|
3.0
|
32335
|
|
Valle Averto
|
4.3
|
2.11
|
30.9
|
33.6
|
15.4
|
8.5
|
3.6
|
3.6
|
30493
|
|
Pradon-P.Tolle
|
9.1
|
2.10
|
30.7
|
31.2
|
14.6
|
7.0
|
3.4
|
4.0
|
34580
|
|
Cà Oddo
|
6.4
|
1.99
|
31.8
|
32.8
|
15.9
|
7.8
|
3.0
|
2.3
|
32681
|
|
Lonigo
|
7.6
|
1.90
|
33.4
|
31.7
|
16.0
|
7.2
|
2.5
|
1.6
|
34545
|
|
Ponte Zata
|
4.3
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2.01
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27.7
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36.8
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19.6
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7.6
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2.5
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1.4
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31931
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Bardolino
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5.0
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2.13
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27.9
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35.0
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17.2
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8.8
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3.1
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2.9
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34749
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Rosolina
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2.6
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2.44
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21.0
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36.1
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20.1
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10.4
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3.8
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5.5
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34911
|
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Teolo
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1.9
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2.32
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21.0
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36.8
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22.2
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10.6
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4.1
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3.3
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34890
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Le classi stabili sono molto frequenti presso tutte le stazioni della regione e corrispondono, in particolare, alle stazioni con percentuali maggiori di calme di vento e con scarsa ventilazione media, (ovvero con meno classi D). Per queste stesse stazioni si ha generalmente un maggior numero di classi A con forte irraggiamento e scarsa ventilazione, e condizioni possibilmente più favorevoli anche alla formazione di inquinanti secondari.
Si possono individuare due aree con alte percentuali di calme e bassa ventilazione media:
Sorgà risulta una stazione di pianura piuttosto libera, sia rispetto alla Bora che rispetto ai venti occidentali.
Portogruaro, Gesia, Cà Oddo, Ponte Zata e Valle Averto sembrano rappresentare tipiche stazioni in prossimità della costa, che risentono della presenza del mare. In particolare è interessante notare che i venti occidentali riescono a interessare la stazione di Gesia, sono già attenuati su Valle Averto e scompaiono quasi completamente all’altezza di Portogruaro.
Malo, Lonigo, Bardolino e Teolo sono influenzate dall’orografia locale, risentendo anche fortemente (come Teolo) dell’incanalamento del vento; inoltre la stazione di Bardolino risente evidentemente della presenza del lago di Garda e quella di Malo della brezza di valle (che si nota vagamente anche su Lonigo e Conegliano).
Il litorale meridionale sembra ben esposto a tutti i venti che interessano la regione, come si vede nella stazione di Rosolina; la stazione di Pradon-PortoTolle risulta particolare per l’alto numero di calme, nonostante i frequenti episodi di vento forte e l’influenza del mare vicino: questo può far nascere dei sospetti sull’effettiva rappresentatività della stazione per venti deboli.
In Allegato si riportano le rose dei venti per le 15 stazioni meteorologiche di cui alla Figura 47.
Nel documento EPA “Guideline for developing an Ozone Forecasting Program” del Luglio 1999 si propongono vari metodi per la previsione degli episodi acuti di concentrazione di Ozono. Tra i più semplici c’è il metodo dei “Criteri” (4.1.3), che suggerisce di partire dall’individuazione di alcuni parametri meteorologici correlati ai superamenti di determinate soglie di inquinamento.
Come primo criterio si ricorda che spesso la temperatura al di sopra di una certa soglia è ben correlata con i massimi di concentrazione di Ozono, e si individua la soglia in 28°C. Tale valore è solo indicativo in quanto bisognerebbe trovare i valori più adeguati per ogni zona e ogni mese e valutare contemporaneamente la ventilazione.
In base a quanto riportato in precedenza risulta evidente che nel Veneto le zone con ventilazione più scarsa sono anche le più esposte al raggiungimento di temperature estive elevate. Una prima stima dell’esposizione delle varie aree della regione a concentrazioni elevate di ozono può quindi essere una valutazione della frequenza con cui una soglia di temperatura elevata (28°C per esempio) viene superata nel semestre più caldo.
In Figura 51 sono stati utilizzati tutti i dati orari disponibili nel database CMT per il periodo 1998-2002 (la valutazione è preliminare in quanto il database presenta ancora molti dati mancanti), dove risultano meglio definite le aree che corrispondono alle stazioni meno ventilate di cui alla Figura 48, Figura 49, Figura 50, e